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Scorie nucleari, dove sarà il deposito? In pole position due aree del Nord, rischio Toscana nel Senese e nel Grossetano

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Ambiente: Scorie nucleari, dove sarà il deposito? In pole position due aree del Nord, rischio Toscana nel Senese e nel Grossetano

Rifiuti nucleari, dove sarà il deposito? In pole position due aree del Nord |
Dopo la pubblicazione della mappa delle 67 aree potenziali, e il «no» quasi unanime delle amministrazioni locali, la domanda su dove sarà effettivamente costruito il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi sembra restare per il momento sospesa. Tuttavia, dopo aver consultato i documenti allegati alla famigerata Cnapi (la «Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee») qualche indicazione si può dare. Il cerchio insomma si stringe, soprattutto intorno a due aree dell’alessandrino, le uniche a soddisfare a pieni voti tutti i criteri adottati dalla Sogin. Le cautele di chi ha redatto la Carta e la stretta osservanza alle indicazioni di legge, nulla tolgono al fatto che l’«ordine di idoneità» reso obbligatorio dai decreti e messo nero su bianco nei documenti pubblicati, conduca in prima battuta e a pari merito all’area «AL-1», che vede interessati i comuni di Bosco Marengo e Novi Ligure (nel primo sono già presenti installazioni Sogin) e a quella «AL-8» , estesa tra i comuni di Alessandria, Castelletto Monferrato e Quargnento.

Le valutazioni
Le due zone sono quelle che emergono dalla valutazione con giudizio «molto buone» (o classe A1) assegnata a 12 delle 67 aree, tutte tra le province di Alessandria, Torino e Viterbo. Altre 11 sono classificate «buone» (o classe A2) e sono situate sempre nell’alessandrino, e poi tra Siena, Grosseto, Viterbo, Bari, Matera e Taranto. In classe B si trovano invece le aree «insulari» di Sicilia e Sardegna e in classe C quelle «in zona sismica 2», tra Viterbo, Potenza, Matera, Trapani e Palermo. Sia l’una che l’altra – B e C quindi – hanno un grado di idoneità inferiore e sembrano essere meno favorite ad ospitare le strutture del deposito e dell’annesso Parco tecnologico, che occuperanno 150 ettari di territorio, un’estensione pari a circa 210 campi da calcio come quello del Meazza a San Siro.

GUARDA LA MAPPA
RIFIUTI NUCLEARI, LA MAPPA DEI POTENZIALI SITI PER IL DEPOSITO
vedi foto apertura articolo
file:///C:/Users/user/Desktop/dngs00195_cnapi_tav_1.pdf

L’«ordine di idoneità»
La questione dell’identificazione del sito è delicata e allo stesso tempo complessa, come ben si è compreso in questi giorni. E parte della complessità risiede anche nell’«ordine di idoneità» che il decreto del 2010 imponeva di realizzare. Un inventario che conserva ampi margini di soggettività e che dovrà essere utilizzato, si legge nelle avvertenze, solo «nel caso in cui dovessero essere avanzate più candidature alla localizzazione del deposito nazionale da parti di enti locali il cui territorio è interessato dalle aree Cnapi». L’ordine di idoneità, insomma, è inteso più come una «proposta» che come una «classifica» delle aree in termini di sicurezza, precisa la Sogin. Ma è ovvio che ad una graduatoria assomiglia molto, anche se poi il processo prevede che ogni ente locale decida se avanzare o meno una «manifestazione di interesse», e anche di ritirarla se non soddisfatto.
No a isole (e zone sismiche 2)
Per la sua valutazione sono stati individuati sei fattori, a quattro dei quali viene assegnato anche un giudizio in termini di «favorevole» o «meno favorevole». Si tratta di 1) classificazione sismica regionale: si sono distinte cioè le zone nazionali 2 a medio rischio da quelle 3 e 4, cioè a rischio basso e molto basso. Si può presumere, a buon senso, che queste aree siano scartabili; 2) trasporti marittimi, assumendo anche la difficoltà di dover realizzare banchine e navi apposite per il trasporto dei rifiuti radioattivi processati. Ecco perché Sicilia e Sardegna saranno verosimilmente escluse. 3) trasporti terrestri, in termini di impatto ambientale, costi e distanze; 4) insediamenti antropici, ovvero l’interferenza con abitazioni o industrie; 5) valenze agrarie, cioè impatto sul sistema agricolo; 6) valenze naturali, ovvero aree protette, umide e così via.

Sei-sette anni di attesa
Qual è il risultato finale? Che mettendo insieme tutti i criteri e i giudizi solo 23 delle 67 aree sono ritenute «buone» o «molto buone». Tre di esse presentano una parte in zona sismica, quindi il lotto si riduce a venti. E solo due hanno quattro «favorevoli» su quattro (seguite da dieci con tre «favorevoli»), quelle appunto dell’alessandrino di cui sopra. La strada che conduce al Deposito, malgrado tutto, è appena iniziata e la procedura occuperà parecchio tempo, probabilmente anni. Prima ci sarà la «consultazione pubblica», che porterà via almeno tre mesi; poi seguirà un «seminario nazionale» che avrà come esito la stesura di una carta definitiva dei siti idonei; infine partirà l’iter delle manifestazioni di interesse e solo al suo termine inizierà la costruzione. Solo per le indagini tecniche sui siti che dovessero candidarsi e i procedimenti di autorizzazione unica potrebbero passare più di due anni. La sola costruzione durerà quattro anni e costerà 900 milioni. Insomma, potrebbero passare sei-sette anni. E se nessuno si facesse avanti per accogliere il deposito, che garantirà compensazioni economiche e occupazionali? Se fallissero le trattative bilaterali e anche i tavoli interistituzionali lo Stato interverrà d’imperio: sarà il ministero dello Sviluppo a identificare il sito con un suo decreto.

Fonte: Corriere della Sera Economia

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