L’interrogativo su come incrementare la produzione del pregiato Tartufo

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La coltivazione del tartufo bianco: mission impossible or possible?

Il periodo autunno invernale compreso fra la metà di settembre e fine dicembre è il periodo clou di picco della stagione tartufigena, in quanto periodo di raccolta del re dei tartufi, il Tuber magnatum Pico, ovvero il Tartufo bianco pregiato.

Parallelamente si incrementano i dibattitti collegati a questo nobile prodotto della natura, soprattutto incentrati, oltre che alla eccellenza gastronomica, al suo mantenimento e alla promozione dei territori dove si raccoglie.

In particolare un tema che interessa da sempre il tartufo bianco è la possibilità di incrementarne le produzioni.

Per questo, già da tempo, numerosi studi sono stati effettuati al fine di individuarne la tecnica di coltivazione, come già avviene per il Tartufo del Perigord, nome dell’omonima regione francese con cui talvolta è indicato il Tartufo nero pregiato.

Ed infatti l’ultimo annuncio in proposito viene proprio dall’Istituto Nazionale per l’agricoltura francese, che ad inizio anno ha comunicato di essere riuscito a realizzare una tartufaia coltivata di tartufo bianco.

Premesso che in materia di biologia, botanica e genetica, le sempre maggiori conoscenze potrebbero portare effettivamente un giorno a questo risultato, ad oggi, stante le informazioni raccolte sull’effettiva possibilità di micorrizzare le piante con il Tartufo bianco, presupposto essenziale alla coltivazione, rimane qualche perplessità.

Le difficoltà sono ben note al mondo scientifico, a cominciare dalle percentuali di micorrizzazione artificiale delle piante molto basse.

I motivi ipotizzati sono diversi e fra tutti le diverse condizioni ambientali in cui si trovano le spore in laboratorio rispetto a quelle naturali, compreso gli effetti non ancora conosciuti dei rapporti con altri tipi di microrganismi e con le altre piante, erbacee e arbustive, che compongono il sottobosco.

A fronte di queste considerazioni è evidente quanto sia essenziale la salvaguardia dei siti tartufigeni attualmente esistenti per mantenere gli standard quantitativi e qualitativi di questo prodotto; mentre per incrementarli al momento il sistema migliore, come sanno bene i tartufai che raccomandano di avere particolari comportamenti quando vanno in bosco, rimane la disseminazione delle spore in ambienti idonei.


a cura di Riccardo Buti Redazione ArgaToscana

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